Sound and Silence webzine (March 2008) --italian--
04-03-2008
Devo dire che il disco precedente di Belfi, su Häpna, non mi aveva pienamente convinto; i brani erano ottimi se presi singolarmente ma sembravano non funzionare come insieme, non c'era coesione, e il tutto appariva troppo frammentato (in realtà i brani erano stati concepiti in situazioni e momenti differenti). Questo nuovo disco, viceversa, si fa apprezzare proprio per la forza dell'insieme percepibile, fin da prima dell'ascolto, già nella scelta di dividerlo non in titoli ben distinti ma in quattro parti che appaiono come componenti di un unico indissociabile. La cosa che balza subito all’occhio è il fatto che in “Knots” Belfi usa essenzialmente quello che è il suo strumento, cioè la batteria, e lo fa con classe e raffinatezza, tendendo ad unificare la tradizione contemporanea europea legata all'uso delle percussioni (da Stockhausen a Jason Khan, attraverso l'AMM) con la tradizione nera (quella che da Max Roach porta a Milford Graves). È così che entra prepotentemente in gioco la tradizione afro dello strumento, con un insistentre tambureggiare che si assomma a sottili linee di feedback (almeno credo che si tratti di questo e comunque tale è l'effetto) o a rarefatti giochi di tastiera (e devo ripetere l'almeno credo) suonata dallo stesso Belfi o campionata che sia. Tale avvicinamento all’Africa potrà apparire anche strano ma in realtà non lo è affatto, dal momento che il percorso di ogni batterista curioso e intelligente non può che, prima o poi, portare da quelle parti. Ma c’è di più, e con "Knots" Belfi torna a quella impalpabilità ed a quel minimalismo che alla terza edizione di “Superfici Sonore” aveva fatto in modo che il suo concerto in coppia con Ciro Fioratti stupisse tutti e fosse ricordato da alcuni (compreso il sottoscritto) come il miglior concerto della rassegna. Etero Genio
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